Brunella di Monteverde 7 April, 2006
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Il posacenere nel cruscotto era ormai ricolmo di cicche maleodoranti, mentre il lunotto appannato occultava il capo di Brunella, che intanto era scivolato ben al di sotto del poggiatesta. Vide l’anziana signora Galassi scendere in pantofole verso la mezzanotte a “portar giù” il cane, di li fino alle tre del mattino più nulla accadde in quel vicoletto appartato di via Gallia, nel cuore della San Giovanni bene. Il brusio di un motore la fece sobbalzare all’improvviso, che ore erano dunque? Due fari si avvicinavano seraficamente, dei proiettori di luce che Brunella ben conosceva. Immobile la donna, rimase calata nel sedile mentre guardava l’auto avvicinarsi dal retrovisore. Era lui, Alicio l’ex marito. Senti l’odio mischiarsi al suo sangue e correrle all’impazzata nelle vene del collo teso, il boiardo sembrava sereno, troppo sereno per una notte di primavera qualunque. Avrebbe voluto scendere ed urlargli tutto il suo rancore in pieno volto, così… a ruota libera, impalpabilmente vera. D’altronde era abituata a farlo nel lungo corridoio della cucina laccata, che avevano comprato assieme tanti anni prima, invece no non poteva più farlo, la legalità si era improvvisamente frapposta fra lei, i sogni di quando era bambina e la sua storia di donna emancipata. Come si permetteva quell’uomo di non soffrire ancora, si era consolato presto l’infame senza cuore, troppo presto amante snaturato, tanto in fretta da aggredire la sua ineffabile sete di dominio, di fascinazione sul prossimo, inaudito! Appena Alicio entrò nel portone, Brunella girò la chiave e mise in moto, girò l’auto e si diresse verso casa, la città a quell’ora era deserta, brulla come il suo cuore sgombro di passioni. Il vento caldo del mare, il Meltemi favoleggiante di esaltazione e sensualità fino a prima neanche immaginate, era sfumato via in fretta, troppo in fretta per quella vita ancora troppo acerba, viva. Brunella ora era sola, libera ed indipendente, da tanti giorni, troppi mesi, un eccesso infinito ed indefinibile di tempo sperduto. A che valeva più, amare ed appassionarsi con dispetto inebriante, senza un pubblico pagante. Arrivata a casa il cancello le fece l’occhiolino con il suo sobrio lampeggiante amaranto, Brunella silenziosa scese dall’auto e si diresse verso casa. Entrando udii il brusio del televisore ancora acceso, inerte testimone solitario. Lasciò cadere stivali e panni vicino al letto disfatto, si infilò stanca sotto al piumone frusciante. L’ultimo sguardo fu per il suo telefono, il cellulare. Adagiato inerme e privo di venti forieri sul piano estremamente essenziale del comodino Aaltiano. Li aveva scelti, parimenti la cucina, insieme alla bella Roberta un pomeriggio d’inverno di due anni prima, che belle sensazioni quel giorno, di complicità e di liberazione. Donne indipendenti e fiere, forti delle loro passioni che finalmente decidevano della loro vita, sgombre dai vincoli e dalle relazioni, vere e trasparenti come preziosi cristalli di Boemia. Quanta forza e che intensità in quegli sguardi compiaciuti suoi e dell’amica, vigorose espressioni di donne emancipate, infiltrate com’erano di segreti sublimi, che si erano infine tramutati in realtà palpabili, traslitterando libri, cinema e televisione in brevi gite fuoriporta oseremmo definirle minimaliste, vivide di ansia e sudore, altamente confessabili a dispetto del pudore. Perché allora ora tutto volgeva al termine ed i titoli di coda scorrevano in disarmonia eloquente con l’età, la carne, le sensazioni. Perché il cellulare taceva impassibile nel buio della notte, perché quell’infame boiardo aveva tirato dritto per la sua strada, perché non l’aveva schiaffeggiata quando sarebbe stato forse il momento, non doveva abbandonarla al suo destino, in fondo nella sceneggiatura di Brunella era lui la vittima designata, ben altri avrebbero potuto essere i protagonisti di quella storia di amore, tradimenti ed effimere passioni.
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